Festival di Yulin, cosa è lecito mangiare?

Cosa è lecito magiare? Questo interrogativo solitamente è legato a questioni religiose, a dogmi o regole di purezza che determinano il ritmo e la possibilità o meno di consumare un determinato alimento. Per alcuni è la carne di Maiale (Musulmani), per altri il divieto riguarda un solo giorno della settimana (il Venerdì per i Cristiani), altri ancora si sentono obbligati a consumare solo carni di animali dotati di zoccolo (Ebrei).

Ma allargando di poco i propri orizzonti si potrebbe scoprire che gli insetti costituiscono la principale fonte di proteine per le popolazioni asiatiche, che le tarantole fritte sono una leccornia servita sulle bancarelle di strada in Cambogia, che il cervello di scimmia è una prelibatezza assai costosa per i Cinesi, che nutrirsi delle grosse larve del legno è la normalità per alcune popolazioni dell’Australia.

MattatoioLa manifestazione Cinese che si svolge a Yulin ha una particolarità che alcuni non riescono proprio a digerire: il cane come alimento e la celebrazione della cucina a base di cane, vista come un nuovo Sacrilegio dalla più improbabile delle religioni moderne, l’animalismo. Se c’è un particolare al quale non si riesce a dare risposta è la richiesta di motivazioni per giustificare lo spunto critico verso questa manifestazione, che alcuni forse con eccessivo zelo vorrebbero impedire con un divieto intercontinentale.

La richiesta di motivazioni o la più banale delle obiezioni possono essere all’origine di attacchi personali, o veri e propri insulti da parte dei nuovi custodi delle verità assolute in campo animalista. L’umanizzazione dell’animale è frutto di una visione distorta delle cose, di una carenza di valori che ripiega su valori di comodo, o meglio su valori comodamente gestibili che richiedano al massimo le attenzioni dovute ad un animale. L’umanizzazione spinta fino al riconoscimento dell’animale come componente della famiglia, trattato alla stregua di un bambino e non di rado sostituito ad esso.

Il rispetto dell’animale non consiste nell’evitare di mangiarlo, ma nel rispettare la sua natura e le necessità legate ad essa: stupisce che flotte di animalisti non abbiano ancora intrapreso una battaglia verso tutti coloro che tengono i propri cani reclusi in appartamento, concedendo loro solo il tempo per la pipì nel giardinetto sotto casa. Per molti di costoro, cani compresi, meglio sarebbe cibarsene ed evitare la sofferenza di una vita reclusa tra quattro mura, ricoperti di un inutile affetto con il quale si vorrebbe giustificare tutto.

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